Abbate e Marino entrano nel dibattito che si è aperto sulla proposta del prof Salvatore Marino di un P.A.M. al Monte dei Pegni

Marcianise-PAM

Carissimo Misha. Ho appena letto l’interessante spunto di Michelangelo Giovinale, che mi è piaciuto davvero. Apprezzo nondimeno le Tue preziose considerazioni e le sempre interessanti parole di Mimmo Rosato, (che è un elegante a prescindere), parole e considerazioni che stamane ritrovo e rileggo con piacere.

Provo a dire la mia. Se si vuole mettere il problema i filigrana, come si prova a fare finalmente in maniera seria da parte Tua e degli Amici che Tu ospiti, questo problema testimonierebbe di un antagonismo tra la Rammemorazione ed il Futuro.

Ebbene questo antagonismo, a mio parere, è un problema risolvibile, cioè un problema relativo.

Detto in altro modo, il gioco sul PAM sta tutto nello stabilire quanta parte di Marcianise verrà messa (nel PAM) ‘sotto formaldeide’, e quanta parte di Marcianise potrà invece esprimersi nuovamente attraverso il PAM.

Io credo che, senza alcuna memoria, l’Arte sia inesprimibile. Così come pure credo nel fatto che l’arte e la cultura che camminano secondo un canone cancrenante, guardando cioè solo all’indietro, siano un esercizio ammuffito che non porta da nessuna parte, un esercizio che non chiama assolutamente a raccolta il Nuovo, il Presagio.

Per mia parte io schifo molto francamente l’arte degli illetterati, la tentata arte di coloro che non hanno messo mano alle ‘fonti’. Non è quella una arte, perché non esiste vera Arte senza Rammemorazione.

Il PAM dunque non dovrebbe essere lo spazio per un qualsiasi ‘sbrigliato’ che si immagina artista, né una arena da improvvisatori della cultura. Il PAM dovrebbe essere invece un luogo nel quale la ‘Biblioteca’ sorveglia su quanto vi accade di seriamente nuovo, su quanto è da prendere seriamente in considerazione. Anche severamente. Anzi e soprattutto severamente, perché no. Bisogna essere severi nella misura in cui il nostro passato è stato svogliato e disattento, nella misura in cui il nostro passato ci ha offesi.

Gli Impressionisti, come tanti sapranno, sfidarono l’Accademia delle Belle Arti e vinsero, divenendo appunto Impressionisti. Ruppero con la retorica dell’antico, ma in modo geniale e sapiente.

Non vorrei quindi che chiunque dei giovani o qualunque delle scuole ritenessero questo spazio, il PAM, come un luogo nel quale fare il loro esercizietto, il loro ‘ruttino’ di turno insomma. Meglio che prevalga la Biblioteca a questo punto.

Vorrei che la struttura fosse ‘assistita’, vorrei che il Luogo, con la severità della sua polvere, vigilasse su quanto vi accada di veramente nuovo, mettendo alla porta ogni tentativo noioso di falsa arte e/o cultura. Mettendo alla porta ogni retorica, ogni quisquilia politica.

Ed io ne ho visti parecchi di tali tentativi, al Monte dei Pegni.

Si crei un comitato di gente seria, si diano cioè autorevolezza, rigore, risonanza a quello Spazio.

Io non sono per l’accademia censoria: io posso testimoniare del fatto che anche uno sgozzatoio può essere poetico, a condizione però che siano fatte salve alcune imprescindibili regole compositive.

Mi fermo qui. Da avvocato ho detto anche troppo su ciò che non dovrebbe necessariamente riguardarmi.

Grazie quindi per l’ospitalità, complimenti e saluti a Te ed agli Intervenuti, Misha. Soprattutto: diamoci dentro.

(Nella foto: la Venere di Milo “a Cassetti” di Salvador Dalì)

Alberto Abbate

 

Una cassaforte di memorie o un volano di esperienze per la crescita culturale?

Sono almeno tre le riflessioni da fare su questa nuova idea di adattamento di quel benedetto Palazzo denominato della Cultura ( ex Monte dei Pegni ). La  prima è che mi viene da  esordire con il semplice e sempre efficace racconto tratto dalle astuzie di Bertoldo nella lite donnesca sulla proprietà di  uno specchio, “dividetelo in due…”  Me lo ricorda perché questo nuovo progetto, definito impropriamente, PAM palazzo della Memoria e delle Arti pare avere la presunzione di voler  salvare in un colpo solo capra e cavoli. Sia la memoria, in quanto contenitore di storia locale che l’Arte nella sua intrinseca proprietà evolutiva.  Alla fine, se ci si rende conto della mancanza ,effettiva,dello spazio fisico inesistente, ma necessario, per far bene entrambe le cose, si capisce che si corre il serio rischio di non avere ne un buon Palazzo della Memoria ne un buon Palazzo delle Arti. E qui, faccio un esorto l’Amministrazione Comunale, quale primo diretto responsabile del futuro della destinazione di quel Palazzo a non dividere in due “ lo specchio bertoldiano “. La seconda, me l’ha stimolava stamani una mia cara conoscenza in una discussione sulla nuova concezione delle nostre strutture residenziali, “antiche” e moderne.  Vero è che rispetto alla concezione adottata in passato dai nostri avi, fino agli anni ’70, le case, edificate dai  nostri cari,     prevedevano un salone da destinare agli ospiti, sempre ben tenuto e ben arredato ma perennemente chiuso a chiave, utile all’occorrenza, track track, con un colpo di chiave, ad accogliere gli ospiti con il massimo della rappresentanza e “onorificenza” domestica. Oggi, quel salone, per motivi, sicuramente anche di spazio, ma soprattutto di praticità è scomparso. Esso è diventato nelle nostre case la parte più vissuta, il living. Questo per dire che il nostro Palazzo, se concepito come un raccoglitore di memoria, se questa dovesse essere la soluzione finale, correrà sicuramente il rischio di restare per la maggior parte del tempo chiuso a chiave, soprattutto,  a noi stessi. La terza riflessione e sicuramente quella più collegata allo sviluppo politico e sociale della nostra cittadina è rappresentata dalla sua potenziale destinazione rispetto alla funzione che potrebbe avere uno spazio adibito a luogo vissuto nel bel centro della città. Se è vero, come è vero, che gli sforzi di questa amministrazione sono stati e saranno quelli di poter veder  rivivere il nostro centro storico con la partecipazione di giovani e famiglie ad eventi  artistici e culturali non si può immaginare che gli stessi eventi siano manchevoli di una bella e capiente struttura collocata proprio nel centro della città. Voglio ricordare, a chi mi legge, che la nostra bella via Duomo, oggi allo stato attuale, è diventata  molto vissuta nelle ore mattutine e pomeridiane ma abbastanza vuota nelle ore serali. Ora dato che non mi immagino frotte dei turisti e visitatori dediti a visitare un eventuale palazzo della memoria qui nella nostra beneamata  mi viene facile immaginare la stessa desertificazione anche dopo che lo stesso diverrà un bel contenitore di memoria o cose simili. Immagino, invece, un cambiamento sostanziale se lo stesso Palazzo si apre alla città con la partecipazione attiva e concreta, faticosa, che passa necessariamente attraverso una programmazione annuale di eventi artistici e culturali. Certo!  Questa seconda ipotesi è più facile a dirsi che a farsi, abbisogna soprattutto di una programmazione a lungo termine, ma pur vero è che tutte le scommesse, soprattutto le più faticose sono quelle che danno maggiori risultati rispetto ad un sogno, in questo caso, quello che vede come obiettivo il rilancio del centro storico della nostra città.

Venerdì 17 marzo 2017                                                                                               Pasquale Marino

 

Gli interventi precedenti sulla questione:  http://www.micheleraucci.it/2017/03/le-riflessioni-d…salvatore-marino/

 

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