Alberto Abbate:  “ Le ragioni per cui Velardi riaprirà il Diario e noi saremo felici di leggerlo ancora”

 

NON OPORTET
Recentemente intervistato dal caro amico Michele Raucci il Sindaco ha affermato di considerare il Diario come il suo migliore successo, e di considerare viceversa la chiusura del Diario come il suo maggiore insuccesso. E’ esattamente così, mi sembra. Ed è proprio per tale motivo che, come credo, il Sindaco rimediterà prima o poi la decisione. Alcuni perché del mio vaticinio:

Il primo motivo è lo stesso Velardi a dichiararlo a Michele Raucci: con la chiusura del Diario avviene, da parte sua, la chiusura simbolica delle porte comunali. Il che contraddice uno dei suoi capisaldi programmatici (la casa di vetro) almeno per come è stato sinora ribadito, oltre che per come fu proposto illo tempore all’elettorato, con un risultato lautamente positivo in termini di consenso.
Il secondo motivo discende dal primo: il Sindaco sa bene che, per quanto fervida possa essere la sua ‘produttività’ amministrativa, il suo ammutolimento mediatico (intendo per mediatico il network, visto che dal network siamo perlopiù mesmerizzati: la carta stampata non se la caga più nessuno) lo porterebbe ad un fatale livellamento con quelli che lo hanno preceduto. Ed è esattamente ciò che dovrebbe temere maggiormente, in quanto Marcianise ha sinora silurato piuttosto il silenzio che l’inettitudine (è un segno dei tempi, il Sindaco sa anche questo).

Il terzo motivo -restando al network- è che, in un modo come l’altro, alcun surrogato potrebbe sopperire al Diario ai fini della ‘propagazione’ del pensiero sindacale. Non potrebbe farlo l’informazione ‘satellitare’ di Velardi, istituzionale e non, e ciò in quanto priva dello stesso charme, (vuoi per ruolo che per capacità, salve sempre le dovute eccezioni). Non potrebbe farlo neppure lo stesso Velardi qualora si riducesse a trotterellare allo stesso passo di un qualsiasi ‘opinante’ di FB che ogni tanto dice la sua, tipo il sottoscritto, tra un post ed un commento episodici sul social. Ciò lo renderebbe di fatto ‘irreperibile’ dall’opinione comune, nel mentre il Diario costituiva il puntuale mainstream locale, sia per gli aficionados che per i detrattori. Era, in un modo come l’altro, l’occasione del dibattere quotidiano, contro o a favore, con l’aggiunta della (ghiotta) possibilità si scaramucciare di persona addirittura con il primo cittadino. Sicché lo stesso Sindaco rappresentava il ‘caso’ in commento costante da parte della collettività. E questo in politica non è affatto poco, se si è bravi ad orientare il fenomeno, ed in materia il Sindaco è sagace.
Il quarto motivo, a proposito di scaramucce che hanno visto recentemente Velardi darle e prenderle a vario titolo, è che la sua decisione di sbattere bruscamente la porta, se definitiva, rivelerebbe in filigrana una rigidità forse anacronistica. Fior fiore di intellettuali e di amministratori si assoggettano oramai, talvolta malvolentieri, alla zuffa mediatica. Tra un ‘tiradardi’ della domenica, un sicario dei giostrai ed un saggio rifugiatosi nella dimensione privata, la differenza è grande, e questo va ammesso insieme a Velardi. Ma il ‘gioco’ prevede che ognuno dica la sua, ed è un gioco che innanzitutto il Sindaco ha voluto giocare. Non ricaverebbe quindi alcun tornaconto facendo saltare il tavolo, dal momento che gli altri giocatori (a favore o contro) gli darebbero almeno dell’’incostante’.

Ultimo motivo per ora (la lista è provvisoria ed emendabile) riguarda il dato ‘costitutivo’ di Velardi, che di professione è giornalista e che, forse anche per questo, ha dimostrato fino ad ora di prediligere la parola scritta, quasi da grafomane, per comunicare. Sotto tale aspetto, credo di averlo già osservato, il Diario costituiva una particolare ibridazione tra la dimensione privata (anche ‘emotiva’ per così dire), e quella pubblica, ibridazione che gli ha consentito sinora di trasmettere, in coesistenza, sia il freddo avvertimento politico che il disappunto e la commozione personali, franchi o meno che fossero. Sicché la chiusura del Diario, se questo fosse vero, suonerebbe quasi come una ‘automutilazione scritturale’. Anche di quest’ultima quindi, immagino, starà già pentendosi acremente.

Prima o poi tornerà, ne sono certo, e saremo sinceramente felici di leggerlo ancora.”

Alberto Abbate

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