Se fino a poco tempo fa le parole scurrili, le imprecazioni, le allusioni erano bandite dai discorsi dei politici, oggi particolarmente sui social, fioccano a go go. Il problema è proprio questo: la volgarità piace, come ha dimostrato lo stesso Donald Trump nella sua lunga campagna elettorale negli Stati UnitiQualche parola scurrile piazzata al posto giusto ci fa apparire più genuini ed onesti. Ma è davvero così? Sembrerebbe proprio di si, almeno stando allo studio pubblicato sul giornale ‘Social Psychological and Personality Science’ e rilanciato da diverse università,   cui hanno partecipato ricercatori di Regno Unito, Paesi Bassi, Stati Uniti e Hong Kong. Secondo gli studiosi non è detto che dire parolacce indichi una particolare frustrazione. “Il rapporto tra parolacce e disonestà è ingannevole – ha spiegato David Stillwell, che ha preso parte allo studio – Imprecare è spesso inadeguato, ma può anche essere la dimostrazione che qualcuno stia esprimendo la propria opinione onestamente. Come non viene filtrato il linguaggio per essere più accettabili, allo stesso tempo non si filtra nemmeno il parere personale”. L’analisi dei comportamenti si è svolta in tre fasi: nel primo caso a 276 partecipanti è stato chiesto di elencare le loro parolacce ‘preferite’, quelle ripetute più spesso. Nel secondo hanno messo in scena una sorta di esperimento teatrale per far loro determinare se qualcuno fosse davvero onesto o stesse rispondendo in modo socialmente corretto ma probabilmente falso. A quanto pare, quelli che nella prima lista avevano elencato più termini volgari sono risultati essere quelli all’apparenza più onesti. Per il terzo sondaggio sono stati presi in esame i dati di circa 75mila utenti Facebook degli Stati Uniti per misurare il loro utilizzo di parolacce durante le interazioni online.
Il risultato è stato che coloro che hanno fatto maggiormente ricorso alle parolacce erano gli stessi ad essere più propensi ad utilizzare un linguaggio più onesto, quantomeno dell’onestà percepita. Imprecare dunque come via elettiva e tristemente inevitabile per una comunicazione efficace?   ”Credo che la vera sfida-  spiega lo psicologo milanese Luca Mazzucchelli, vicepresidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia stia nell’usare un linguaggio comune ma senza scadere nella deriva volgare e offensiva, partire sì dal linguaggio dell’uomo della strada per catturare la sua attenzione ma poi arricchirlo con nuovi spunti e nuove parole. Aiutare le persone a crescere è ciò che ripaga più di tutto, anche in ambito comunicativo”.

 

Fonti: www.repubblica.it