Non c’è parola che renda il piacere di calarmi ogni giorno alle 16 e dintorni
nel ruolo dello spettatore gradito senza invito:
due chiome, l’una ruggine e l’altra di filamenti lisci dorati,
quasi come i capelli di una bambola accuratamente e ripetutamente pettinata,
carni di un biondo così chiaro da far riaffiorare l’immagine del pollo appena bollito,
mani esili ed elastiche quanto una molla,
occhi sorridenti, complici, smaliziati di un’adolescenza autentica,
su di un gradino grigio scuro del parcheggio poco distante dalla mia abitazione,
si ammirano, avvolgono, baciano senza dar a intendere di consumare un momento già assaporato.
A sporcare tenuemente la candida rappresentazione, l’abito bianco miscelato al caffè dello scooter unico, instancabile attore non protagonista.
Per me incantato e ridente, il tempo si ferma.

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