A darne notizia è Anna Arecchia, presidente del Comitato Nazionale per il Diritto alla Conoscenza delle Origini biologiche. Qui di seguito la sentenza e l’intensa storia di Anna.“Eccola, la sentenza delle sezioni unite della Suprema Corte di Cassazione in merito al diritto di interpellare la madre biologica sulla possibilità di rimuovere l’anonimato espresso all’epoca del parto. L’udienza del 20 dicembre scorso ha dato esito positivo e oggi, 25 gennaio, ne abbiamo conosciuto il contenuto. Esprimo tutto l’apprezzamento per la Magistratura che, prima con la sentenza 278/13 della Corte Costituzionale, poi con due sentenze di Cassazione, quindi con ricorsi vinti in appello, ha aperto il varco al diritto alla conoscenza delle origini. Ma il nostro Comitato nazionale per il diritto alle origini si è battuto tanto per una riforma parlamentare in merito e attende che si metta fine al vuoto normativo, procedendo con la discussione in Commissione Giustizia e susseguente voto in Senato”.

 

 

Di seguito  l’ articolo scritto dalla prof.ssa Anna Arecchia in occasione del dibattito di Domenica, 18 dicembre alle ore 17.00, nella parrocchia di San Simeone Profeta:”Mi chiamo Anna Arecchia, ho 56 anni, sono docente di matematica presso il Liceo scientifico di Marcianise.Sono nata a Napoli, all’ospedale dell’Annunziata da una donna che non ha consentito di essere nominata. A sei mesi sono stata adottata

 

da una coppia esemplare di Marcianise, papà Carabiniere, mamma insegnante, che sono diventati a tutti gli effetti i miei genitori. Avevo 5 anni allorché, da una signora, per strada, mi fu rivelato di essere una “figlia della Madonna”. Il termine mi scosse, cercai qualche risposta, invano, poi per qualche anno dimenticai quell’episodio. In quarta elementare qualche amichetta di classe mi insospettì con strane frasi e forse da allora ho ritenuto, senza cercarne conferme, di non essere figlia naturale dei miei genitori. Non ho mai chiesto ai miei, per timore di ferirli, e sono andata avanti così. Solo a chi mi relazionavo in modo più confidenziale, confidavo questo mio segreto. A 20 anni, il periodo dell’università, sentii la necessità di richiedere il mio certificato integrale di nascita. Il Comune non locandinavolle rilasciarmelo e dovetti chiedere l’autorizzazione al Tribunale. Tutto mi portava a confermare i miei sospetti. Quando ebbi tra le mani il documento di nascita, il mondo mi crollò addosso. Il cognome che leggevo era diverso da quello che portavo e non mi ci riconoscevo. Anna Dive…. poi la frase “nata da donna che non consente di essere nominata” mi squarciò il cuore e mi impedì di respirare. Che cosa, di tanto grave, poteva essere successo, per obbligare una donna a non riconoscere la propria figlia e addirittura a non permettere che ella stessa fosse nominata?  L’esigenza di sapere io chi fossi e conoscere chi mi aveva messo al mondo divenne un richiamo insistente per tutto il periodo universitario e mi consolavo e mi tormentavo recandomi sovente presso l’archivio dell’Annunziata, dove, puntualmente piangevo davanti a quegli enormi volumi, consumati e ingialliti, uno dei quali conteneva il segreto della mia vita. NESSUNO poteva rivelarmi nulla. La legge era chiara. Un figlio adottato non poteva risalire MAI PIU’ all’identità dei genitori biologici. Come se il passato non fosse esistito, come se un figlio adottivo sbucasse dal NULLA, e quel nulla è l’angoscia di quanti si chiedono da dove provengono.

All’età di 35 anni un dolore enorme, derivante dall’improvvisa morte di mio marito, maresciallo dei Carabinieri, insieme ad altri due colleghi, durante un’operazione militare connessa ai traffici della banda della Magliana, mi abbassò tutte le difese immunitarie e fui colpita da un aggressivo linfoma non Hodgkin al IV stadio, quello terminale. Tutte le cure furono vane, l’unica speranza restava un trapianto di midollo consanguineo. Ma non avevo a chi rivolgermi. Presentai richiesta al tribunale per avere autorizzazione a conoscee il nominativo di mia madre. Mi fu respinta. Il suo segreto contro la mia possibilità di vivere.

Accadde l’improbabile,  mi ripresi, era primavera e mi sentii rigenerare, ma ero arrabbiata per questa legge ingiusta.

Iniziai a ricercare persone adulte adottate, e quando trovai le interlocutrici giuste, Emilia Rosati e Virginia Volpe, iniziammo la nostra battaglia per far modificare la legge che vietava di conoscere le proprie origini. La chiamammo la legge de La punizione dei cento anni. Tanti quanti l’attuale normativa prevede debbano trascorrere prima di conoscere l’identità di chi ci ha messo al mondo. Costituimmo il Comitato nazionale per il diritto alla conoscenza delle origini biologiche, di cui sono ancora presidente e ci facemmo promotori presso le istituzioni per il cambio della legge. Tra la scorsa legislatura e quella attuale molti politici che hanno condiviso la nostra causa hanno presentato proposte di legge in merito e finalmente, a giugno del 2015, dopo 7 anni di andirivieni da Roma, di sollecitazioni ai Parlamentari, a giornalisti, a trasmissioni televisive, svariati  convegni in tutta Italia, grandi manifestazioni, abbiamo potuto piangere, gioire ed applaudire la prima approvazione della  nuova norma che permette di poter interpellare la madre biologica al fine di chiederle se intende rimuovere l’anonimato espresso all’epoca del parto. Una scelta ancora in mano alla madre che però, potrà dare a lei stessa la possibilità di riappacificarsi col proprio passato per una scelta struggente operata certamente in condizioni di gravi necessità.

Intanto la mia ricerca personale, attivata con  appelli giornalistici, televisivi, ricerche a partire da indizi quasi inesistenti, ha dato i suoi frutti e 6 anni fa sono riuscita a conoscere l’identità di entrambi i miei genitori biologici. Ho conosciuto mio padre, sono arrivata tardi per conoscere mia madre perchè è deceduta prematuramente. Ho ritrovato i miei fratelli, che mi hanno accolta con gioia e commozione e oggi ci frequentiamo cercando di recuperare gli anni perduti. Mi sento serena come non mai, ho dato un volto al mio volto, una genealogia alla mia famiglia, una origine geografica, ma, soprattutto, ho potuto fornire un perché alle mie strazianti domande di una vita.

Il nostro Comitato continua a svolgere un lavoro impegnativo, a proprie spese, senza sovvenzionamenti. Abbiamo scritto e pubblicato il volume “Il parto anonimo. Profili giuridici e psico-sociali dopo la declaratoria di incostituzionalità”, a firma di Stefania Stefanelli, riercatricem di diritto di famiglia all’Università di Perugia, Emilia Rosati, Dirigente scolastica e Counselor familiare e mia, al fine di promuovere una campagna di sensibilizzazione e informazione, a livello nazionale, sostenendo il diritto di quei 400.000 cittadini, ai quali viene negato, in primis, il diritto alla salute, non avendo a disposizione alcuna informazione genetica dei familiari, così come è successo a me, e poi quello alla propria identità.

Da giugno 2015, dal quando cioè la Camera dei Deputati ha approvato il nuovo testo legislativo che è stato assegnato alla Commissione Giustizia del Senato, non è successo più nulla. Rari e brevi momenti di un’accennata discussione  tengono ancora ferma questa legge, col rischio, visti gli ultimi accadimenti politici, che tutto resti irrisolto, se non viene votata entro la fine di queta ormai breve legislatura. Prendiamo atto, con nostro grande sgomento, che la discussione  è  bloccata in Commissione, per indifferenza del legislatore, raggelando le aspettative di quanti, con ansia e trepidazione, attendono la definitiva approvazione di una modifica  che potrà mettere fine ad una norma anacronistica, ingiusta e incostituzionale. Non è mancato il nostro accorato appello  a Papa FRANCESCO, affinché prenda a cuore le sorti di questi 400.000 cittadini privati di un loro diritto fondamentale e, insieme alla risposta della politica,  attendiamo fiduciosi anche una Sua risposta”.