Quando una storia finisce, la toccante lettera del rifugio “Fido amico mio” per cani maltrattati e abbandonati a pochi giorni dalla chiusura per mancanza di una sede

Non sempre le belle storie hanno un lieto fine non sempre l’epilogo si può concludere con vissero felici e contenti. Di che morte dobbiamo morire??? In che modo bisogna chiudere una storia, la nostra, nata dal nulla, che ci ha fatto piangere, sperare , sognare, ci ha reso felici e vulnerabili, ma anche tanto determinati a fare meglio e di più. Sono le nostre storie, le storie di chi abbiamo salvato, recuperato, tolto da situazioni estreme e violente sono i nostri bambini, quelli del riscatto e quelli della seconda possibilità, quelli che oggi ci guardano da un comodo divano coccolati di chi ha deciso di adottare con il cuore. Il mio rifugio, il mio orgoglio, la mia dannazione, il mio tormento, la mia gioia e la mia tristezza,  il nido provvisorio di tanti bimbi che oggi hanno una vita. Tutto è nato più di dieci anni fa. Era un pomeriggio. Seppi che poco distante da casa mia esisteva una struttura in disuso. Decisi di andarla a vedere. Questa piccola pensione era gestita da un pseudo allevatore che ormai aveva affidato la gestione dei cani ad un immigrato. Lo scenario fu terribile. Montagne di panini ammassati tra escrementi di cani e di topi, cani in condizioni indegne e disumane. A molti cani riuscivo a contare le ossa; altri erano senza acqua ed erano costretti a bere da ciotole improvvisate putride e piene di escrementi. Tra questi in un box di quasi un metro mi appare Trucido, un bellissimo esemplare di pastore tibetano. Trucido era rinchiuso in quel box da due anni, due anni senza ricevere una carezza,  due anni senza vedere il sole, due anni senza aver possibilità di correre o giocare. Un cane che non aveva altra forma di comunicazione se non quella di ringhiare, un cane a cui era stata tolta la sua dignità nonostante la sua maestosità. Ritornai a casa pensando,  blaterando tra me e me. Quel pomeriggio decisi di prendere la struttura con tutti i pro e contro che si sarebbero creati. Una scelta scellerata sulla quale forse non ho riflettuto abbastanza? Un giorno lo scoprirò! Trucido fu un chiodo fisso. Trascorrevo ore intere davanti al suo box, chiacchierando con lui, cercando di pulire dall’esterno quel suo box putrido e di far passare la pappa tra le sbarre. Presto Trucido imparò a riconoscere la mia voce, i miei passi ed appena mi vedeva accennava un salto e porgeva il muso all’esterno del box per farsi coccolare. Ben presto riuscii con le mani a sfiorare il suo viso e mentre lui si girava, assaporando quel calore che non aveva mai vissuto, gli accarezzavo i fianchi, il collo e la testa. Sembrava sorridere!!! I miei tentativi di contattare rescue o associazioni specializzate al recupero di cani come Trucido risultarono ben presto vani. Tutti mi consigliarono di non aprire mai il box. Dopo diverse settimane Trucido cambiò casa fu trasferito da noi presso una fattoria. Sapevamo che non sarebbe stato mai in casa. Forse non avrebbe mai conosciuto l’amore. Ma potevamo offrirgli la libertà ed il rispetto di essere cane e di avere i suoi spazi. Un’esperienza che è durata dieci anni nella quale si è fatto l’impossibile per metterci in difficoltà. Abbiamo avuto più controlli noi:Nas, Asl, Carabinieri, loschi individui, che i canili che incamerano profitti da questa attività. Noi avevamo una struttura non bellissima indubbiamente che ci consentiva di recuperare cani da situazioni di maltrattamento, da canili lager, o presi per strada in condizioni gravissime. Un rifugio ristrutturato con i sacrifici di chi offriva il suo contributo sia in termini fisici che economici. Tutti i controlli effettuati evidenziavano lo stato di benessere psico-fisico dei nostri bambini pelosi. Ben presto il rifugio diventò punto di riferimento di molte volontarie con le quali si è cercato di avviare una collaborazione con scarso risultato. Una cosa è essere volontario altra cosa è sentirsi tutto il peso delle responsabilità sulle spalle. E le responsabilità sulle spalle del rifugio e dei cani ricadevano su me ed Enzo. Ma questo è un altro discorso che non credo sia il caso di fare in questa sede. Come avremo potuto realizzare un rifugio bellissimo non avendo introiti??? Il rifugio si finanzia attraverso donazioni dei nostri adottanti e simpatizzanti. Come avremo potuto realizzare un rifugio all’avanguardia se per pagare l’affitto, il rimborso spesa per gli aiutanti, la pappa per i cani dobbiamo autotassarci ogni mese? In questi anni abbiamo provato a chiedere aiuto alle istituzioni producendo istanza presso gli uffici comunali chiedendo la possibilità di affittare un terreno agricolo per realizzare la casa dei randagi. Stiamo ancora attendendo una risposta. Eppure sarebbe stata una grande idea che da una parte offriva noi la possibilità di realizzare la casa dei randagi e dall’altra parte sottraeva all’ente l’onere di ripulire terreni incolti che diventano discariche a cielo aperto perché non monitorate. Ci vuole intelligenza anche per pensare.

 

Rifugio “Fido Amico Mio”