vincenzoLo scrittore marcianisano Vincenzo Restivo si racconta in un’intervista al nostro blog.
1) Come e quando nasce la passione per la scrittura?

Credo che avessi più o meno dodici anni, quando riesumai una vecchia Olivetti di mia mamma. Ricordo ancora la valigetta nera e il fatto che la portassi ovunque andassi. Anche al mare. All’epoca avevo pochissimi amici, o non ne avevo affatto. Scrivere occupava le mie giornate e a me piaceva, andava più che bene. Scoprii che in qualche modo, scrivendo, potevo essere chiunque desiderassi, vivere quante vite volessi, avere tutti gli amici che avessi mai sognato. In quegli anni, stesi i miei primi raccontini e ce ne fu uno pubblicato anche sul vecchio “Dossetti” di Marcianise, nella rubrica letteratura. Partecipai a vari concorsi incentivato anche dalla mia insegnate di Italiano di allora. Arrivò così il mio primo romanzo, The Farm, pubblicato da una piccola CE di Torino, attualmente ancora in commercio. Ho bei ricordi di quel periodo, nonostante la solitudine che in realtà, col senno di poi, non è mai stata tale. Ci fu anche una bellissima presentazione presso la Biblioteca Comunale di Marcianise e il libro fu accolto bene anche in molte scuole del casertano. Credo che la scrittura, in qualche modo, con tutto il suo tripudio di realtà fittizie, mi abbia liberato, facendomi apprezzare anche la solitudine. Una sindrome di Stoccolma in piena regola. Tuttavia senza scrittura non sarei quello che adesso sono. E di me, a tratti, oggi ne vado fiero.

2) Trovo molto singolari e accattivanti i titoli dei tuoi 2 ultimi romanzi “Quando le cavallette vennero in città” e ”Il tempo caldo delle mosche”. E poi, noto che nelle tue storie ricorre il tema della violenza domestica, come mai?

romanzo 1Non sono semplicemente titoli. Sono nomi. E i nomi devono essere giusti, perché ti accompagneranno per sempre e saranno il tuo marchio identificativo nella società. I nomi delle mie storie parlano di insetti, nel loro senso più pragmatico. Ricalcano le piaghe bibliche e attraverso queste raccontano una realtà, distorta e veritiera. Si racconta di violenze domestiche, omofobia e omosessualità – nel mio primo romanzo “L’abitudine del coleottero” ho persino azzardato con l’eutanasia- . Argomentazioni che mi stanno particolarmente a cuore per il bisogno incessante di distaccarmi da certe costrizioni socio-culturali del tutto obsolete. Sono socio e consigliere in RAIN associazione LGBT casertana dove la lotta per i diritti civili e per l’abbattimento di ogni forma di violenza e discriminazione ci stanno particolarmente a cuore. Del resto, siamo il risultato del nostro trascorso e il mio trascorso è stato segnato inevitabilmente da eventi di omofobia sia sulla mia di pelle che sulla pelle di molti altri ragazzi di mia conoscenza. La solitudine della mia adolescenza è, in gran parte, dipeso da questo. Ma poi ho capito che mi sarebbe bastato scriverlo e affidare le mie parole a chi fosse in romanzo 2grado di accettare e comprendere. Ho fatto presentazioni in tutt’Italia, più o meno, ma una delle mie più grandi soddisfazione è stato quando due anni fa presentai “L’abitudine del coleottero” presso l’associazione Logos, a Marcianise. Quel giorno gli occhi mi brillavano di commozione e la voce, per lo stesso motivo, mi tremava, perché ero riuscito ad abbattere quel muro che da anni mi ero imposto e a capire che anche quel paese che avevo sempre sentito rivale, mi aveva finalmente aperto le porte.

3) Per gli argomenti trattati (omofobia, eutanasia, violenza domestica), desumo che hai un particolare interesse per le tematiche sociali, giusto?

Come spiegavo anche in precedenza, la mia lotta contro le discriminazioni è oramai il mio pane quotidiano. Del resto sono arrivato a una conclusione, grazie a esperienze di vita e i miei studi di mediazione, che conoscere e comprendere non sempre sono sulla stessa linea parallela di pensiero.
Comprendere richiede un lavoro di immedesimazione incredibile e non tutti siamo propensi a questo. Quindi non si comprenderà mai del tutto per le inevitabili congetture sociali e la nostra formazione particolaristica. Il nostro individualismo è dunque la causa di questa non trasparenza della comprensione. Quindi sono consapevole dei limiti ed è per questo che il mio scopo non è quello di un’opera di convincimento, bensì di semplice esposizione. Tematiche sociali così importanti come quelle antecedentemente accennate, presumono un dinamico lavoro espositivo. Esporre uno di questi problemi alla luce de sole è già un passo che non tutti sono disposti ad affrontare. Nel mio caso, l’omosessualità ha giocato un ruolo fondamentale. C’è chi da essa scappa, la ripudia come un cancro maligno e le cause di questa occlusione possono essere varie e vanno da una famiglia fin troppo tradizionalista, a una semplice mancanza di amor proprio. Io, per quanto mi riguarda, ho fatto di questo mio appartenere a una minoranza, la mia forza, e l’ho gridato, attraverso le parole che scrivo , a quella maggioranza che ancora oggi si permette di stabilire che cos’è giusto e che cosa invece no, ancora legata ad obsolete prese di posizione. Un grazie però, lo devo alla mia casa editrice, la Watson edizioni di Roma, che ha creduto in me, in quello che avevo da dire e continua a farlo. Pochi hanno questa fortuna. Io l’ho avuta. Io sono fortunato.

4) Altri progetti in cantiere?

Dal 5 Febbraio partiranno una serie di presentazioni del mio nuovo romanzo “Il tempo caldo delle mosche” che mi vedranno impegnato fino a giugno, mese più, mese meno. Nel frattempo sto lavorando a un altro libro che anche stavolta strizza l’occhio al mondo LGBT. La protagonista, infatti, è una ragazza transessuale. Si tratta ancora una volta, di un romanzo di formazione dove molta rilevanza avrà il rapporto genitori- figli e il bigottismo (sfrenato) dei piccoli centri.

5) Cosa suggerisci a chi s’appresta a scrivere un racconto?

C’è uno scrittore cubano, Pedro Juan Gutiérrez che dice che il vero autore è colui che osa e che non ha paura di farlo. Quindi, quello che mi sento di dire a chiunque stia pensando di scrivere qualcosa, è di farlo senza nessun timore e osare. Perché sulla carta non ci sono vincoli. Lì, siamo tutti liberi di essere chi vogliamo, di amare chi vogliamo, di gridare al mondo che anche noi ci siamo.
Fatelo, fa bene all’anima.
Note biografiche

Vincenzo Restivo è nato a Caserta il 26 Novembre 1982 e vive a Marcianise in provincia di Caserta. Scrittore e Mediatore linguistico e culturale, si è laureato in lingue e letterature straniere specializzandosi in lingua e letteratura portoghese con una tesi sulla letteratura infantile della scrittrice portoghese Sophia de Mello Breyner Andresen. Nel 1998 ha pubblicato per la Gruppo Edicom edizioni il suo primo romanzo per ragazzi The Farm adottato come libro di narrativa in alcune scuole del casertano e nel 2003 ha diretto il cortometraggio Yeux de Sorciére presentato al concorso Les petits lumieres, riscuotendo un ottimo consenso da parte della critica. Nel 2013 è uscito, per la casa editrice Watson di Roma, il suo secondo romanzo L’abitudine del coleottero, al quale sono stati dedicati una serie di articoli su Oubliette Magazine e altre riviste online. Il romanzo, tra l’altro, è stato presentato a Napoli presso l’associazione culturale Gian Battista Vico a cui è seguito un dibattito su problematiche quali: omofobia; eutanasia; pedofilia; violenze domestiche, temi predominati all’interno del testo. Il difficile rapporto genitori e figli, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, sono i temi dominanti delle storie di Restivo. A luglio 2014 è uscito un terzo romanzo Quando le cavallette vennero in città sempre edito da Watson edizioni recensito da Pianetagay.com e presentato assieme al RAIN associazione LGBT casertana presso il ristorante Antico Cortile a Caserta e a Sanremo presso il Mondadori megastore. A Novembre 20015 è uscito ancora per Watson edizioni Il tempo caldo delle mosche. Il romanzo è stato esposto in anteprima durante Più libri, più liberi, fiera nazionale della piccola e media editoria tenutasi a Roma la prima settimana di Dicembre 2015.